
Ora, invece, passiamo alle "cose serie".
Qualche giorno fa, casualmente, mi è capitato sotto gli occhi questo articolo pubblicato su «Il Manifesto» dallo storico e professore ordinario di storia contemporanea all'Università di Pisa Alberto Mario Banti e mi è subito tornata in mente un'accesa discussione tra amici (vecchia ormai di un paio d'anni) sul concetto di patria/nazione. Per chiarire il mio pensiero in proposito, lascio la parola ad un coro di voci più autorevoli e credibili della mia iniziando proprio dall'articolo sopracitato (Benigni e «Fratelli d'Italia», dubbi su una lezione di storia):
Roberto Benigni a Sanremo: ma certo, quello che voleva bene a Berlinguer! Quello che - con gentile soavità - insieme a Troisi scherzava su Fratelli d'Italia ... Che trasformazione! Sorprendente! Eh sì, giacché giovedì 17 febbraio «sul palco dell'Ariston», come si dice in queste circostanze, non ha fatto solo l'esegesi dell'Inno di Mameli. Ha fatto di più. Ha fatto un'apologia appassionata dei valori politici e morali proposti dall'Inno. E - come ha detto qualcuno - ci ha anche impartito una lezione di storia. Una «memorabile» lezione di storia, se volessimo usare il lessico del comico. Bene. E che cosa abbiamo imparato da questa lezione di storia? Che noi italiani e italiane del 2011 discendiamo addirittura dai Romani, i quali si sono distinti per aver posseduto un esercito bellissimo, che incuteva paura a tutti. Che discendiamo anche dai combattenti della Lega lombarda (1176); dai palermitani che si sono ribellati agli angioini nel Vespro del lunedì di Pasqua del 1282; da Francesco Ferrucci, morto nel 1530 nella difesa di Firenze; e da Balilla, ragazzino che nel 1746 avvia una rivolta a Genova contro gli austriaci. Interessante. Da storico, francamente non lo sapevo. Cioè non sapevo che tutte queste persone, che ritenevo avessero combattuto per tutt'altri motivi, in realtà avessero combattuto già per la costruzione della nazione italiana. Pensavo che questa fosse la versione distorta della storia nazionale offerta dai leader e dagli intellettuali nazionalisti dell'Ottocento. E che un secolo di ricerca storica avesse mostrato l'infondatezza di tale pretesa. E invece, vedi un po' che si va a scoprire in una sola serata televisiva.Ma c'è dell'altro. Abbiamo scoperto che tutti questi «italiani» erano buoni, sfruttati e oppressi da stranieri violenti, selvaggi e stupratori - stranieri che di volta in volta erano tedeschi, francesi, austriaci o spagnoli. E anche questa è una nozione interessante, una di quelle che cancellano in un colpo solo i sentimenti di apertura all'Europa e al mondo che hanno positivamente caratterizzato l'azione politica degli ultimi quarant'anni.
Poi abbiamo anche capito che dobbiamo sentire un brivido di emozione speciale quando, passeggiando per il Louvre o per qualche altro museo straniero, ci troviamo di fronte a un quadro, che so, di Tiziano o di Tintoretto: e questo perché quelli sono pittori «italiani» e noi, in qualche modo, discendiamo da loro. Che strano: questa mi è sembrata una nozione veramente curiosa: io mi emoziono anche di fronte alle tele di altri, di Dürer, di Goya o di Manet, per dire: che sia irriducibilmente anti-patriottico?
E infine abbiamo capito qual è il valore fondamentale che ci rende italiani e italiane, e che ci deve far amare i combattenti del Risorgimento: la mistica del sacrificio eroico, la morte data ai nemici, la morte di se stessi sull'altare della madre-patria, la militarizzazione bellicista della politica. Ecco. Da tempo sostengo che il recupero acritico del Risorgimento come mito fondativo della Repubblica italiana fa correre il rischio di rimettere in circuito valori pericolosi come sono quelli incorporati dal nazionalismo ottocentesco: l'idea della nazione come comunità di discendenza; una nazione che esiste se non ab aeterno, almeno dalla notte dei tempi; l'idea della guerra come valore fondamentale della maschilità patriottica; l'idea della comunità politica come sistema di differenze: «noi» siamo «noi» e siamo uniti, perché contrapposti a «quegli altri», gli stranieri, che sono diversi da noi, e per questo sono pericolosi per l'integrità della nostra comunità.
Ciascuna di queste idee messa nel circuito di una società com'è la nostra, attraversata da intensi processi migratori, può diventare veramente tossica: può indurre a pensare che difendere l'identità italiana implichi difendersi dagli «altri», che - in quanto diversi - sono anche pericolosi; può indurre a fantasticare di una speciale peculiarità, se non di una superiorità, della cultura italiana; invita ad avere una visione chiusa ed esclusiva della comunità politica alla quale apparteniamo; e soprattutto induce a valorizzare ideali bellici che, nel contesto attuale, mi sembrano quanto meno fuori luogo.
Ecco, con la performance di Benigni mi sembra che il rischio di una riattualizzazione del peggior nazionalismo stia diventando reale: tanto più in considerazione della reazione entusiastica che ha accolto l'esibizione del comico, quasi come se Benigni avesse detto cose che tutti avevano nel cuore da chissà quanto tempo. Ora se questi qualcuno sono i ministri La Russa o Meloni, la cosa non può sorprendere, venendo questi due politici da una militanza che ha sempre coltivato i valori nazionalisti. Ma quando a costoro si uniscono anche innumerevoli politici e commentatori di sinistra, molti dei quali anche ex comunisti, ebbene c'è da restare veramente stupefatti.
Verrebbe da chieder loro: ma che ne è stato dell'internazionalismo, del pacifismo, dell'europeismo, dell'apertura solidale che ha caratterizzato la migliore cultura democratica dei decenni passati? [grassetto NDR] Perché non credo proprio che un simile bagaglio di valori sia conciliabile con queste forme di neo-nazionalismo. Con il suo lunghissimo monologo, infatti, Benigni - pur essendosi dichiarato contrario al nazionalismo - sembra in sostanza averci invitato a contrastare il nazionalismo padano rispolverando un nazionalismo italiano uguale a quello leghista nel sistema dei valori e contrario a quello solo per ciò che concerne l'area geopolitica di riferimento.
Beh, speriamo che il successo di Benigni sia il successo di una sera. Perché abbracciare la soluzione di un neo-nazionalismo italiano vorrebbe dire infilarsi dritti dritti nella più perniciosa delle culture politiche che hanno popolato la storia dell'Italia dal Risorgimento al fascismo.
(Alberto Mario Banti, Benigni e «Fratelli d'Italia», dubbi su una lezione di storia, in «Il Manifesto», 20/02/2011)
Nel suo Le questioni dell'età contemporanea lo stesso Banti ha selezionato gli autori e le opere che hanno proposto le interpretazioni più significative sugli avvenimenti salienti che hanno caratterizzato la storia contemporanea. Il terzo capitolo del volume è intitolato Nazioni e Nazionalismi e ci offre una interessante panoramica degli studi sul tema.
Banti esordisce spiegando che per molto tempo gli storici non hanno studiato la nazione:
Tra Ottocento e Novecento, pur incorporandola nelle loro narrazioni storiografiche, la maggiorparte degli storici l'ha considerata come un aspetto autoevidente del processo storico, non bisognoso pertanto di particolari analisi. Un atteggiamento di questo genere si spiega con la forte egemonia concettuale esercitata dal discorso nazionalista ottocentesco, che considerava la nazione come un fatto legato a processi «naturali» o «biologici», e solo in forma derivata legato anche a dinamiche storico-culturali: la gran parte degli storici di fine Ottocento o di inizio Novecento ha condiviso queste posizioni e perciò non ha ritenuto di dover sottoporre la nazione (cioè l'idea e i movimenti da essa ispirati) a speciali indagini.
A metà del Novecento questo quadro è stato incrinato da opere di studiosi i quali hanno iniziato a chiedersi come fosse stato possibile che il nazionalismo da forza originariamente eversiva e progressiva (cioè portatrice di ideali di libertà) si fosse trasformato in un'ideologia aggressiva, brutale e intollerante, contribuendo in modo decisivo al successo dei regimi fascista e nazista.
Negli anni Quaranta del XX secolo, Hans Kohn e Federico Chabod hanno formulato descrizioni importanti dell'idea di nazione. Sono state elaborate diverse interpretazioni come quella "etnicista" secondo la quale prima esiste un'etnia e poi esiste la consapevolezza dell'appartenenza all'etnia, processo che darebbe vita alle nazioni contemporanee (Anthony D. Smith, studioso che si è occupato dei nazionalismi contemporanei, nel 1986 ha pubblicato Le origini etniche delle nazioni, nel quale ha sostenuto che le nazioni ottocentesche si formano basandosi su etnie preesistenti). L'interpretazione "materialista" invece associa la formazione di un movimento nazionale all'esistenza di gruppi sociali che sostengono l'ideologia nazionale che permette loro di tutelare meglio i propri interessi di classe (lo storico ceco Miroslav Hroch ha fatto uno studio minuzioso dell'eventuale relazione tra interessi socio-economici e nascita delle nazioni).
In seguito, tra gli anni Settanta e Ottanta del XX secolo alcuni studiosi di diversa estrazione disciplinare (i testi fondamentali di questo nuovo orientamento sono stati pubblicati nel 1983 e sono: Nazioni e Nazionalismi, di Ernest Gellner; Comunità immaginate. Origini e diffusione dei nazionalismi, di Benedict Anderson; L'invenzione della tradizione di Eric J. Hobsbawn e Terence Ranger) hanno dato una nuova interpretazione, quella "culturalista", che non considera la nazione come un dato naturale ma come un costrutto concettuale, un'idea artificiale, risultato di una continua invenzione di simboli, di tradizioni e di memorie. Stabilito ciò, infatti, possiamo notare che nella storia d'Europa degli ultimi tre secoli non esiste alcuna realtà etnica preesistente ai movimenti nazionali (la sequenza logica quindi non è prima la nazione, poi il movimento nazionale ma prima il movimento nazionale e poi la nazione/patria).
Come afferma Gellner infatti:
Le nazioni come maniera naturale, indicata da Dio, di classificare gli uomini, come destino politico intrinseco anche se di là da venire,sono un mito; il nazionalismo che talvolta prende le culture preesistenti e le trasforma in nazioni, talvolta inventa queste culture e spesso annulla quelle preesistenti: questa è una realtà, nel bene o nel male, e in genere una realtà inevitabile.
La definizione più incisiva a tal proposito ci è data da Anderson che osserva che le nazioni dovrebbero essere considerate come "Comunità immaginate". Egli infatti cerca di spiegarci come milioni di uomini e donne nel mondo abbiano potuto ritenere giusto e onorevole morire per la patria:
Possiamo scoprire qualcosa sulla natura di questo amore "politico" [per la patria] dal modo in cui le lingue stesse descrivono il proprio oggetto: sia dai vocaboli riferiti alla parentela (motherland, Vaterland, patria), che da quelli riferiti alla terra natale (Heimat, o tanah air, terra e aria, la frase con cui gli indonesiani chiamano il proprio arcipelago natale). Entrambe le espressioni denotano qualcosa a cui si è "naturalmente legati". Come già detto, in tutto ciò che è "naturale" c'è sempre qualcosa che prescinde la nostra facoltà di scegliere. Così, la nazionalità risulta sempre legata al colore della pelle, al sesso, alle parentele e al periodo della nascita, tutte cose, cioè, che non dipendono da noi. In questi "legami naturali" s'intravede quella che può essere definita "la bellezza della Gemeinschaft [comunità]". In altre parole, proprio perchè non possono essere scelti, questi legami suscitano attorno a sé un alone di [amore disinteressato].
Tutti questi studiosi osservano e concordano sull'assunto che la nazione/l'idea di nazione (dunque "la patria") sia stata creata dal nazionalismo.
Secondo lo storico George Mosse, inoltre, il fenomeno nazionalista (e quindi l'idea collettiva di nazione/patria che ne deriva) è strettamente interconnesso a stereotipi sessisti:
Il nazionalismo [l'idea collettiva di nazione/patria], dunque [...], dà un contributo di primaria importanza all'irrigidimento delle differenze e delle asimmetrie di genere tra uomo e donna. Al tempo stesso, fissando normativamente in questo modo i ruoli maschili e femminili, aderisce a una tradizione plurisecolare, incorporata nella dottrina cristiana, tanto nella sua declinazione cattolica [...], quanto nella sua declinazione protestante [...]. Allo stesso modo il nazionalismo eredita dall'etica cristiana la condanna per le figure sessualmente devianti, che cominciano a essere considerate non nazionali o antinazionali: omosessuali maschi e femmine, onanisti.Il nazionalismo, quindi, si fonda sull'ideale di virilità, modellato su quello aristocratico di cavalleria mentre la donna viene relegata in un ruolo puramente passivo:
[L'ideale femminile nazionalista] fu soprattutto un ideale passivo, simbolo delle forze immutabili che la nazione rifletteva. [...] La donna non venne relegata solo nella famiglia, ma qualsiasi ruolo le fosse assegnato era concepito in termini passivi anziché attivi: essa era una vestale, una protettrice e una madre.
La stessa idea di famiglia è parte integrante degli stereotipi nazionali:
Non si tratta - per Mosse - di argomenti marginali o irrilevanti, ma di questioni che, toccando momenti delicati della costruzione delle identità individuali, contribuiscono all'opera di edificazione e diffusione del discorso politico nazionalista. Intrecciandosi con il valore borghese della rispettabilità, il discorso sulla sessualità si è trasformato, così, in un discorso sugli stereotipi nazionali di uomo, di donna, di famiglia, di normalità relazionale e sessuale.
Ed anche i comportamenti sessuali subiscono delle forti restrizioni proprio dall'ideologia nazionalista:
La distinzione tra comportamenti sessuali ammessi e comportamenti sessuali inaccettabili inquanto devianti è fondamentale per il discorso nazionalista: l'attacco indirizzato all'omosessualità è all'onanismo nasce da una condanna per tutte le pratiche sessuali che, non essendo riproduttive, non contribuiscono al rinnovamento biologico e alla crescita demografica della nazione. Contestualmente, però, nemmeno la sessualità etero può essere lasciata libera e priva di regole che la disciplinino: in questo caso i confini sono segnati dal valore [borghese] della rispettabilità che trova nella relazione matrimoniale monogamica e indissolubile la giusta cornice all'interno della quale si può e si deve praticare una sana sessualità riproduttiva.
Spero che questo sproloquio sia abbastanza lungo e documentato per chiudere definitivamente una questione ormai datata. Tutte le citazioni da me utilizzate (eccetto indicazioni diverse) sono tratte da A. M. BANTI, Le questioni dell'età contemporanea, Roma - Bari, Laterza, 2010, pp. 43 - 59.
Vi lascio con un'ultima, ma non meno efficace, citazione che chiarisce definitivamente il mio pensiero sul tema.
Ogni miserabile babbeo, che non abbia al mondo nulla di cui poter essere orgoglioso, si appiglia all'ultima risorsa per esserlo, cioè alla nazione cui appartiene: in tal modo egli si rinfranca ed è ora pieno di gratitudine e pronto a difendere [...] [con le unghie e con i denti] tutti i difetti e tutte le stoltezze caratteristiche di quella nazione.
(A. Schopenhauer, L'arte di insultare, Milano, Adelphi, 2003, p. 101.)
A presto e scusate se è poco!
Silvia




